PUT IN POCKET PROJECT: da un'idea di Annette Krauss, un remake Veneziano realizzato da 4 studentesse del corso di laurea specialistica in Progettazione e Produzione delle Arti Visive (IUAV di Venezia) per laboratorio di Arte tenuto da Cesare Pietroiusti

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Roberta de Galasso, Ivana Hilj, Anna Stoppa, Antonella Travascio

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venerdì, 24 marzo 2006

 
 
 
50 centesimi per la tua attenzione!
 
 
 
50 centesimi: il nuovo formato per il terzo numero della rivista PIP!
 
50 centesimi: già spesi per il caffè? Occhio, era un’opera d’arte!
 
50 centesimi: siamo riusciti ad entrare nelle tue tasche, nel tuo spazio privato. Benvenuto nel nostro!
 
50 PIP – centesimi: dono o invasione?
 
50 centesimi per un’opinione, la tua!
 
 
 
 
La domanda è questa: che senso ha rifare un’opera d’arte?
 
 
 
 
Lascia la tua opinione cliccando sul link commenti.
 
 
Questo è il terzo numero della rivista PIP.
Dopo i primi due numeri in formato rotolino di carta, PIP si estende nel web e diventa infine, una moneta.
La distribuzione del giornale è stata affidata a questo oggetto.
L’ idea originale di PIP è dell’artista tedesca Annette Krauss che insieme alla rivista ha introdotto il metodo di distribuzione Put In Pocket (letteralmente, “metti in tasca”): il metodo si ispira alla capacità dei borseggiatori di accedere alle tasche di qualcuno senza essere scoperti.
Nel caso di PIP, l’intenzione dell’artista non è quella di rubare qualcosa dalle tasche di qualcuno, bensì di mettervi dentro qualcosa.
Abbiamo scelto di utilizzare una moneta come metodo di distribuzione perchè rappresenta un dono e allo stesso tempo un invito; una richiesta e un’ intrusione.
 
Se ti interessa conoscere tutte le fasi che ci hanno condotto a PIP 3, leggi il nostro blog e scrivici un commento, oppure contattaci su pip_invenice@yahoo.it
 
Ormai hai letto fino a qui, ti abbiamo anche pagato il caffè...e lasciacelo un commento, tanto sappiamo che sei passato!

postato da: putinpocket alle ore 14:05 | link | commenti (9)
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giovedì, 23 febbraio 2006

Te lo aspettavi?
 
Il gioco organizzato nell’ambito dei laboratori d’arte dei professori Gabri e Pietroiusti ha dato vita alla prima fanzine P.I.P. ed ha posto come necessità la seconda, quella che hai in mano. Come giocatrici indirizziamo questo secondo P.I.P. Project a tutti gli altri giocatori: non più un remake, ma dono di uno spazio per dare voce alle questioni che, sorte dal gioco, si sono poste con insistenza ed hanno sfiorato punti cruciali riguardanti la produzione artistica contemporanea. Uno spazio che, nato su carta, spera di crescere e diventare luogo di scambio interattivo grazie al questo blog al quale siete invitati a partecipare!

postato da: putinpocket alle ore 12:19 | link |
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Che senso ha rifare una performance?
 
Probabilmente sarebbe giusto chiedersi che senso ha o piuttosto se è possibile replicare fedelmente una qualsiasi opera d’arte; in questo caso la scelta di affrontare una problematica così complessa ed articolata dal solo punto di vista della performance artistica potrebbe sembrare estremamente limitativa e limitante. 
La decisione di circoscrivere il campo alla sola performance deriva – innanzitutto – dalla constatazione che la maggior parte dei partecipanti ai due laboratori ha deciso di confrontarsi con questa tipologia di opera; é quindi molto probabile che, nel tentativo di replicare fedelmente l’originale, in molti si siano trovati in seria difficoltà di fronte all’evidente irriproducibilità di un’azione conclusa. Inoltre, proprio durante la presentazione dei remake di alcune performance, e alle soluzioni adottate dai giocatori, si è maggiormente sollevato il dibattito sulla riproducibilità dell’opera d’arte. La decisione di circoscrivere il campo alla sola performance ci permette quindi di affrontare e proporre un dialogo intorno a questo tipo di tematica attraverso l’analisi di esempi concreti ed esperienze dirette avvenute nell’ambito laboratoriale.
 
L’impossibilità di riprodurre l’hic et nunc dell’opera d’arte, anche nel caso essa si presenti in forma prettamente bidimensionale (tela, fotografia, stampa) si rende ancora più evidente e problematica nel caso della performance che si fonda, tra l’altro, sull’irripetibilità e sull’unicità dell’azione in un dato momento, in un dato spazio e con determinati “attori” (l’artista performer ed il suo pubblico).
 
“La performance non genera immagini “materiali”, ma memorie di vissuti estetici ed emotivi.” (Angela Vettese)
 
 
E’ sensata e legittima la richiesta avanzata per gioco nell’ambito del laboratorio? La risposta dei partecipanti soddisfaceva le regole del gioco? Sarebbero state possibili ed auspicabili delle soluzioni alternative?

postato da: putinpocket alle ore 12:16 | link | commenti
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Cosa dicono gli esperti…(1)
 
Anche nel caso di una riproduzione altamente perfezionata, manca un elemento: l’hic et nunc dell’opera d’arte – la sua esistenza unica è irripetibile nel luogo in cui si trova. Ma proprio su questa esistenza, e in null’altro, si è attuata la storia a cui essa è stata sottoposta nel corso del suo durare. […] L’hic et nunc dell’originale costituisce il concetto della sua autenticità. […] Le circostanze in mezzo alle quali il prodotto della riproduzione tecnica può venirsi a trovare possono lasciare intatta la consistenza intrinseca dell’opera d’arte – ma in ogni modo determinano la svalutazione del suo hic et nunc. Benché ciò non valga soltanto per l’opera d’arte, ma anche, e allo stesso titolo, ad esempio, per un paesaggio che in un film si dispiega di fronte allo spettatore, questo processo investe, dell’oggetto artistico, un ganglio che in nessun oggetto naturale è così vulnerabile. Cioè: la sua autenticità. L’autenticità di una cosa è la quintessenza di tutto ciò che, fin dall’origine di essa, può venir tramandato, dalla sua durata materiale alla sua virtù di testimonianza storica. Poiché quest’ultima è fondata sulla prima, nella riproduzione, in cui la prima è sottratta all’uomo, vacilla anche la seconda, la virtù di testimonianza della cosa. Certo, soltanto questa; ma ciò che così prende a vacillare è precisamente l’autorità della cosa. Ciò che vien meno è insomma quanto può essere riassunto con la nozione di “aura”; e si può dire: ciò che vien meno nell’epoca della riproducibilità tecnica è l’ ”aura” dell’opera d’arte.
 
Walter Benjamin 
 

postato da: putinpocket alle ore 12:14 | link | commenti
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The big game. Play with art!
 
Brevi istruzioni per l’uso
 
Regola #1: Scegli una delle opere proposte nell’ambito del Laboratorio d’Arte di C. Pietroiusti o R. Gabri e riproducila.
 
Regola #2: Attendi le ostruzioni che, una volta ricevute, ti porteranno a rifare il tuo remake alla luce di ostacoli, o se preferisci stimoli, inaspettati o meno.
 
Regola #3: Anche tu dovrai proporre le ostruzioni per gli altri giocatori.

postato da: putinpocket alle ore 12:08 | link |
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...And now art is playing with you!
Riflessioni in fieri
 
Le regole basilari del gioco sono semplici e non paiono macchinose. Tuttavia, l’adempimento alla regola #1 potrebbe portare il giocatore* a scontrarsi con una serie di paradossi e problematici rompicapo.
Scorrendo la lista delle opere proposte il giocatore si accorge che si tratta di opere d’arte contemporanea in cui la dimensione formale ed oggettuale di manufatto artistico non è assolutamente il fulcro del lavoro. Esso si allarga, si smaterializza, costituisce interazioni con la sfera sociale in cui è stato prodotto, rendendo difficile se non impossibile un rifacimento che non sia anche snaturamento dell’opera. Il giocatore si scontra con un rompicapo: dov’è effettivamente l’opera? Che cosa va rifatto e su che cosa si può transigere?
Il giocatore che ha scelto di rifare una performance viene posto davanti ad un apparente paradosso: l’adempimento alla regola #1 non chiede forse di riprodurre l’irriproducibile per eccellenza, in cui la centralità va all’hic et nunc di artista e fruitore? Come risolvere il problema affinchè il gioco vada avanti?
Verranno elencati qui di seguito alcuni tentativi di risoluzione del problema.
 
1. Giocatori 1 e 2 ripropongono “Rythm 0” di Marina Abramovic
Anche se in un caso il titolo è stato cambiato, entrambi i giocatori hanno cercato di rifare la performance nel modo più aderente possibile all’originale. Per motivi pratici e di sicurezza è stata diminuita la durata della performance; gli oggetti non sono stati gli stessi che aveva utilizzato la Abramovic, bensì scelti dai giocatori. Ai giocatori mancava, inoltre, la lunga preparazione che l’artista aveva fatto prima di eseguire la performance.
La regola #1, in questo caso, si può considerare rispettata; nonostante le limitazioni lo schema esteriore dell’azione viene mantenuto.
 
Giocatore 1
 
      
 
Giocatore 2
 
     
 
L'Originale
 
 
  
Marina Abramovic "Rithm 0" (1974)
 
2. Gruppo di giocatori 3 e gruppo di giocatori 4 ripropongono “Filature” di Sophie Calle
Il gruppo di giocatori 3, per motivi pratici, non è riuscito ad ingaggiare un investigatore privato. Un membro del gruppo veniva quindi pedinato da altri membri del medesimo gruppo: si deduce facilmente come, in questo modo, il senso dell’opera cambi radicalmente.
Il gruppo di giocatori 4 ha riprodotto fedelmente la performance assumendo un investigatore privato vero, dimostrando come l’aderenza all’originale fosse possibile.
 
Sophie Calle "la Filature" (1981)
 
 
3. Giocatore 5 ripropone “San Frigo” di Jimmy Durham
In questo caso viene proposta un’operazione intellettuale che è anche riflessione sul problema della riproducibilità dell’opera di Durham, più che un suo tentato rifacimento. Il giocatore convoca gli spettatori e, invece di rifare l’evento performativo davanti a loro, in aderenza all’originale, presenta ai fruitori i tre soggetti centrali della performance (l’artista, il frigo e il sanpietrino) e spiega perchè quel gesto non può venire riproposto in quel momento.
 
 
Jimmy Durham "Saint Frigo" (1996)

Il giocatore 3 non rispetta la regola #1.


postato da: putinpocket alle ore 11:37 | link | commenti (11)
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Cosa dicono gli esperti…(2)
 
L’ aspetto decisivo della performance è il rapporto diretto con il pubblico, la trasmissione di energia tra il pubblico e il performer.
Che cos’ è una performance? È una sorta di costruzione fisica e mentale nella quale l’ artista si pone di fronte al pubblico. Non è una pièce teatrale, non è qualcosa che si impara e si recita, calandosi nel ruolo di qualcun altro. La performance è una trasmissione diretta di energia. Per quanto mi riguarda, mi è sempre stato, e mi è tuttora, impossibile fare una performance da sola, a casa mia, senza un pubblico davanti, perché non potrei mai arrivare al punto in cui riesco ad andare oltre i miei limiti fisici e mentali. Conditio sine qua non è la presenza del pubblico, che mi infonde energia. Più vasto è il pubblico, migliore è la performance, più si crea e si trasmette energia.
Nelle performance, e mi riferisco in particolare a quelle degli anni Settanta, è basilare non fare prove, non ripetere e nemmeno avere una conclusione prestabilita. La performance deve essere un’ opera aperta. Si dispone soltanto di una sorta di partitura, come per un concerto, una ricerca su cui lavorare. Quando entra il pubblico, voi iniziate la vostra pièce senza sapere che direzione prenderà. Talvolta si verificano incidenti, interruzioni da parte del pubblico, la situazione cambia, potete raggiungere limiti a voi sconosciuti. Tutti questi eventi imprevedibili diventano parte integrante della performance e come tali vanno accettati.
 
Marina Abramovic  
(Marina Abramovic, Annaela Daneri, Giacinto Di Pietrantonio, Lorand Hegyi, Societas Raffaello Sanzio, Angela Vettese, Marina Abramovic, Charta, 2002) 
                                               

 


postato da: putinpocket alle ore 11:16 | link | commenti
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Considerazioni di tre variabili
 
X: Il lavoro di Marina Abramovic pone questioni interessanti sulla documentazione della performance. Foto, video, testi ed interviste sono i medium che lei utilizza. Ma quale di questi sarà il più adatto?
Y: Io credo che la documentazione sia importante per rendere commerciabile l’opera. Mi riferisco a molti artisti che ricorrono al video in maniera strategica anche se non necessaria....
Z: Si, ma siamo sicuri che il video sia il mezzo adatto per la trasmissione di una performance artistica? Come la mettiamo nel caso delle performance di body art? Lo sappiamo benissimo che in tal caso la presenza del corpo dell’artista è fondamentale, come d’altra parte la presenza fisica dello spettatore...
Y: Nel caso del video, in effetti, lo spettatore è fruitore passivo della documentazione di un evento concluso, irripetibile, a cui non partecipa: il medium scelto rende il corpo dell’artista immagine bidimensionale ed elimina qualunque fisicità.
X: L’attività del fruitore si pone solo in termini visivi di percezione passiva d’immagini, in cui il corpo dell’artista ha un ruolo secondario.
Z: Già. Tutto sommato cercare di riprodurre attraverso un supporto bidimensionale ciò che nasce per essere vissuto e condiviso da un gruppo di persone in uno spazio fisico è un operazione decisamente forzata...
X: Forse l’unico modo per ridare alla rappresentazione della performance una parte significativa delle sue caratteristiche è quello di rimettere in scena la stessa operazione...
Y: Non lo so, si sa che le performance sono uniche ed irripetibili.
Z: Questo è certamente innegabile ma sono d’accordo con X quando dice che solo riproducendola fedelmente si potrebbe tramandare nel tempo...a proposito ho sentito parlare di diversi artisti che hanno tentato un operazione del genere per far conoscere il loro lavoro.
Y: In quest’ottica il nostro gioco si pone come un’esperimento interessante...

postato da: putinpocket alle ore 10:57 | link | commenti (1)
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